Crescere come genitori: la paura di non essere un buon genitore e l'importanza di ascoltarsi

9 Settembre 2026

Essere genitori significa entrare in una delle relazioni probabilmente più profonde e coinvolgenti della propria vita. Una relazione nella quale possono convivere un amore immenso e una grande paura, momenti di vicinanza e altri di incomprensione, il desiderio di proteggere e la necessità di lasciare andare. E proprio perché un figlio è così importante, può comparire una domanda capace di fare molto male: “E se non fossi un buon genitore?”

È una paura che può arrivare in tanti momenti diversi. Dopo avere perso la pazienza, quando ci accorgiamo di non essere riusciti ad ascoltare come avremmo voluto, quando nostro figlio sta male e non sappiamo come aiutarlo. Oppure semplicemente quando siamo stanchi, quando sentiamo di non avere più risorse e ci scopriamo molto diversi dalla madre o dal padre che avevamo immaginato di essere. A volte questa paura non nasce nemmeno da qualcosa di preciso. Rimane sullo sfondo e accompagna tante piccole scelte quotidiane: sarà giusto quello che sto facendo? Gli sto dando abbastanza? Sono troppo presente? Troppo poco? Avrei dovuto comportarmi diversamente?

Forse una delle fatiche della genitorialità contemporanea è proprio questa: sembra esserci sempre un modo migliore di essere genitori. Più consapevole, più attento, più presente. E in mezzo a tutte queste immagini può diventare difficile ricordare che un genitore è prima di tutto un essere umano. Forse crescere come genitori significa anche poter riconoscere questa umanità, senza chiedere continuamente a noi stessi di corrispondere a un modello ideale.

Crescere come genitori e incontrare il genitore che avremmo voluto essere

Prima ancora di avere un figlio, spesso abbiamo già dentro di noi un'immagine di come vorremmo essere con lui. A volte è un'immagine molto consapevole, altre volte la scopriamo soltanto strada facendo. Nasce inevitabilmente anche dalla nostra storia: da come siamo stati amati, da ciò che ci è mancato, da quello che abbiamo apprezzato nei nostri genitori e da ciò che abbiamo promesso a noi stessi che non avremmo mai ripetuto. Può nascere dal desiderio profondo di offrire a nostro figlio qualcosa che noi non abbiamo ricevuto.

Poi arriva la relazione reale, che è molto più complessa dell'immagine che avevamo costruito. Ci sono il carattere di nostro figlio, il nostro carattere, la stanchezza, il lavoro, le preoccupazioni, i cambiamenti della vita. Ci sono giornate in cui riusciamo a essere presenti come vorremmo e altre nelle quali facciamo semplicemente quello che possiamo. Ci sono momenti di grande intimità e altri nei quali sembra quasi impossibile capirsi. La distanza tra il genitore che avevamo immaginato di essere e quello che riusciamo concretamente a essere può far nascere molta sofferenza. Non necessariamente perché stiamo sbagliando qualcosa, ma perché stiamo incontrando la differenza tra un'immagine ideale e una relazione viva.

In una prospettiva junghiana questo passaggio è particolarmente interessante. Jung chiamava Persona quella parte di noi che ci permette di assumere un'identità e un ruolo nel mondo. Anche “essere un buon genitore” può diventare una delle immagini attraverso cui cerchiamo di riconoscerci. Il problema non è desiderare di essere una buona madre o un buon padre. È un desiderio profondamente comprensibile. La sofferenza può nascere quando sentiamo di poterci riconoscere come buoni genitori soltanto se riusciamo a corrispondere sempre a quell'immagine. Ma nessuna relazione umana può essere vissuta senza contraddizioni.

Quando un figlio incontra anche le parti più fragili di noi

La relazione con un figlio può portarci molto vicini a parti di noi che magari, fino a quel momento, avevamo incontrato poco. Possiamo scoprire una pazienza che non pensavamo di avere, una capacità di amare e di prenderci cura che ci sorprende. Ma possiamo incontrare anche la rabbia, l'impotenza, la paura, il bisogno di stare soli, la stanchezza, il desiderio che qualcuno, almeno per un momento, si occupi di noi. Possiamo amare profondamente nostro figlio e desiderare uno spazio nel quale non essere madre o padre. Possiamo essere felici della sua presenza e contemporaneamente essere esausti. Possiamo comprenderlo profondamente in alcuni momenti e non capirlo affatto in altri. Queste contraddizioni non sono necessariamente il segnale che qualcosa non funziona. Sono anche parte della complessità dei legami profondi.

La psicologia junghiana parla di Ombra per indicare quelle parti della nostra personalità che facciamo più fatica a riconoscere o che non coincidono con l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Forse proprio per questo l'Ombra può fare particolarmente paura nella genitorialità. Se mi considero una madre amorevole, incontrare la mia rabbia può essere doloroso. Se ho sempre pensato che sarei stato un padre presente, accorgermi che qualche volta vorrei soltanto essere lasciato in pace può farmi sentire in colpa.

Eppure l'Ombra, nella prospettiva junghiana, non è qualcosa che ci rende “cattivi”. È parte della nostra complessità. Accanto agli aspetti più difficili può contenere anche bisogni dimenticati, spontaneità, desideri, vitalità e parti di noi alle quali abbiamo concesso poco spazio. Crescere come genitori può voler dire anche incontrare, poco alla volta, queste parti di noi, senza trasformare necessariamente ogni limite in un'accusa verso noi stessi. Può essere semplicemente il momento in cui ci accorgiamo che anche noi siamo dentro quella relazione con tutta la nostra storia, la nostra sensibilità e le nostre fragilità.

Quando nostro figlio incontra il bambino che siamo stati

Ci sono momenti nei quali la reazione che abbiamo davanti a nostro figlio sembra molto più grande di ciò che sta accadendo. Un pianto ci mette profondamente in agitazione. Una risposta ci ferisce. Una sua paura ci diventa quasi insopportabile. Il suo bisogno continuo di noi ci fa sentire soffocare. Oppure la sua libertà, il suo essere rumoroso, arrabbiato, spontaneo, ci tocca in un punto difficile da spiegare.

A volte, nella relazione con i figli, ritornano silenziosamente anche pezzi della nostra infanzia. Non significa che dietro ogni difficoltà debba esserci necessariamente una ferita da trovare o un passato da analizzare. È qualcosa di più semplice e profondamente umano: siamo genitori anche con il bambino o la bambina che siamo stati. Portiamo con noi ciò che abbiamo ricevuto e ciò che ci è mancato, le parole che ci sono state dette e quelle che avremmo avuto bisogno di sentire, i modi in cui siamo stati consolati, guardati, lasciati liberi o protetti.

A volte desideriamo così profondamente non far vivere ai nostri figli alcune delle nostre esperienze che possiamo diventare molto severi con noi stessi. Vorremmo riuscire a proteggerli da ogni ferita, quasi come se il loro dolore potesse confermare che non siamo riusciti a fare abbastanza. Ma un figlio avrà inevitabilmente anche una propria esperienza della vita. Avrà momenti di tristezza, paura, rabbia, frustrazione. Avrà parti che comprenderemo e altre che rimarranno misteriose anche per noi. Possiamo accompagnarlo, ma non possiamo vivere al suo posto. E forse riconoscere questo non significa amare meno. Può significare accettare, con molta delicatezza, che anche l'amore più grande incontra un limite.

Crescere come genitori significa anche ascoltare le proprie paure

Quando pensiamo di non essere stati abbastanza bravi come genitori, spesso la voce che ci giudica arriva molto velocemente: “Non avrei dovuto”, “Avrei dovuto capire”, “Dovevo avere più pazienza”, “Sto sbagliando tutto”. Forse, prima ancora di stabilire se queste frasi siano vere o false, possiamo riconoscere quanta paura e quanto amore possano esserci dietro di esse. Perché spesso ci giudichiamo così duramente proprio nei luoghi che per noi contano di più.

La paura di non essere un buon genitore può parlare del desiderio di proteggere nostro figlio. Può parlare della nostra storia. Può contenere la paura di ripetere qualcosa che abbiamo vissuto oppure il timore di non riuscire a dare abbastanza a una persona che amiamo immensamente. L'ascolto interiore, in questo senso, non è un esercizio da imparare né un altro compito da svolgere bene. È forse semplicemente la possibilità, in alcuni momenti, di stare un po' più vicini anche a ciò che sentiamo noi. Non per trovare immediatamente una soluzione e neppure per diventare più bravi, ma per non lasciarci soli proprio mentre stiamo facendo fatica.

Il dolore di incontrare il proprio limite

Forse uno degli aspetti più difficili dell'essere genitori è scoprire che l'amore non ci rende onnipotenti. Possiamo amare moltissimo e sbagliare. Possiamo voler proteggere e non riuscire a farlo sempre. Possiamo essere presenti e, in alcuni momenti, non capire. Possiamo dire una parola di cui ci pentiamo o reagire in un modo nel quale non ci riconosciamo. E può fare male.

Ma una relazione non è fatta soltanto dei momenti nei quali tutto funziona. È fatta anche di distanze e riavvicinamenti, incomprensioni e tentativi di ritrovarsi. A volte possiamo tornare su ciò che è successo, riconoscere di avere sbagliato, chiedere scusa o semplicemente ritrovare un contatto dopo un momento difficile. Non cancella quello che è accaduto, ma racconta qualcosa di molto umano: le relazioni possono attraversare una frattura senza per questo perdere il loro valore. Forse anche questo è qualcosa che un figlio può incontrare nella relazione con un genitore: non la perfezione, ma la possibilità di perdersi per un momento e poi cercarsi di nuovo.

Anche questo può essere parte del crescere come genitori: scoprire che la relazione non ha bisogno di essere perfetta per essere profonda e che un momento difficile non definisce necessariamente tutto ciò che siamo stati e siamo per nostro figlio.

Crescere come genitori in una prospettiva junghiana

C'è qualcosa di profondamente misterioso nel rapporto tra un genitore e un figlio: mentre cerchiamo di accompagnare qualcuno nella sua crescita, continuiamo inevitabilmente a cambiare anche noi. Crescere come genitori può significare anche attraversare questo cambiamento, scoprendo nel tempo parti di noi che prima non conoscevamo o che avevamo imparato a lasciare sullo sfondo.

Da un punto di vista junghiano potremmo pensare a questo movimento anche attraverso il processo di individuazione, quel lungo percorso attraverso il quale diventiamo progressivamente più vicini alla complessità di ciò che siamo. La genitorialità può farne parte. Non perché un figlio debba diventare uno strumento della nostra crescita, ma perché un legame così profondo inevitabilmente ci mette in contatto con noi stessi: con ciò che sappiamo dare e con ciò che non sappiamo dare, con le nostre risorse e con le nostre ferite, con l'adulto che siamo diventati e con il bambino che continua a vivere dentro di noi.

Forse allora la paura di non essere un buon genitore non ha sempre bisogno di essere risolta. A volte può essere accolta come una delle tante emozioni che accompagnano una relazione nella quale abbiamo investito una parte enorme del nostro cuore. Essere genitori non significa sapere sempre che cosa fare. Non significa non arrabbiarsi, non stancarsi, non avere paura o non commettere errori. Forse significa anche esserci con ciò che siamo, continuando nel tempo a conoscere nostro figlio e a conoscere noi stessi. E forse è proprio questo uno dei significati più profondi del crescere come genitori.

E nei momenti in cui ci sentiamo più inadeguati, quando la distanza tra ciò che avremmo voluto fare e ciò che siamo riusciti a fare sembra enorme, può esserci uno spazio nel quale non dobbiamo necessariamente giudicarci o correggerci. Possiamo semplicemente riconoscere che qualcosa ci ha toccato profondamente, che stiamo facendo fatica, che amiamo. E che anche noi, mentre accompagniamo qualcuno nella vita, stiamo ancora imparando a stare nella nostra.

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